Come uscire dalla dipendenza da gioco?

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Opinione scritta da: Redazione 11:22:30 26-12-2010

La dipendenza da gioco è un vera e propria malattia. La spinta a riprovare l’ebbrezza del rischio e della vincita diventa per alcune persone una droga. Personalmente non sono gioco-dipendente, ma avevo una zia un po’ stralunata che appena poteva se ne fuggiva al Casinò di Sanremo o di Venezia a sperperare il denaro che riusciva a racimolare. Per fortuna era zitella e non faceva troppi danni . Ma quante famiglie sono ostaggio di padri o madri che puntano stipendi interi su un colore, un numero, una carta, e mandano sul lastrico parenti e tutti coloro che li assecondano ? Oggigiorno poi il gioco è arrivato anche on-line. E’ quindi ancora più insidioso. Il giocatore-dipendente non deve neanche più avere la scocciatura di inventare bugie per nascondere le fughe verso il suo “paradiso”. La speranza è l’ultima a morire e anche di fronte al baratro il giocatore trova sempre delle scuse con se stesso per andare avanti. Può sempre appellarsi alla possibilità ( razionalmente molto remota, ma qui la razionalità c’entra poco) di poter recuperare in una puntata tutto quello che ha perso fino ad allora. A poco servono i discorsi ragionati e ragionevoli : è come parlare ad un eroinomane in astinenza. E allora come uscirne ?
Temo che l’unico rimedio sia quello più brutale : togliere al giocatore-dipendente ogni possibilità di giocare, ogni possibilità di recarsi in certi luoghi o di accendere il computer. Come ? Il modo più semplice sarebbe quello di ricoverarlo in una clinica specializzata ( esistono oramai in tutti i paesi industrializzati ). Ma se quest’opzione non fosse possibile, allora si dovrebbe cercare una maniera di isolare il “malato” da quelle che sono le sue abitudini. In poche parole trovare un luogo in cui egli possa rompere con la quotidianità, quotidianità oramai legata al suo bisogno compulsivo di giocare. Solo sequestrando il “malato da gioco” dal suo ambiente abituale e complice al disturbo, lo si può davvero aiutare. Questo comporta un impegno enorme da parte dei familiari o degli amici. Devono essere in grado di gestire il “malato” con fermezza, senza lasciarsi ingannare. E’ fondamentale trovare il luogo adatto. Immagino un luogo in mezzo alla natura, in cui si facciano cose che “normalmente” non si fanno . Togliendo il dipendente dalle sue abitudini, lo aiutiamo ad allontanarsi dalla parte malata di se stesso e a ritrovare un nuovo ritmo di vita. L’inizio è molto difficile. Ma dopo un po’ di tempo, credo che questo forzato “tagliare i ponti” possa dare i suoi risultati. Ovviamente il successo è possibile solo in presenza della volontà del “malato” a volerne uscire. Il problema è che una volta guariti, non si ha mai la certezza che non ci si ammalerà più. E questo è un problema legato a tutte le dipendenze. Ma non è il caso di farsi demoralizzare. Molti ce la fanno e non vi ricadono più. La cosa più difficile è decidere di fare il primo passo nella giusta direzione.

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