Cosa si intende per apartheid?

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Opinione scritta da: Redazione 15:48:52 10-02-2011

L’’enciclopedia Treccani definisce l’’Apartheid (che in lingua afrikaans significa separazione) come la “politica di segregazione raziale condotta nella Repubblica Sudafricana dal partito nazionalista e, più in generale, il sistema istituzionale e sociale in cui tale politica si è tradotta. Il termine è usato estensivamente per indicare tutte le forme di segregazione etnica istituzionalizzata.”
Dietro questa asettica definizione si nasconde una delle più grandi vergogne del martoriato ventesimo secolo: il razzismo che diventa struttura statale, l’’intolleranza e la discriminazione che si traducono in legge.
Nel 1948, mentre il mondo usciva faticosamente dalla seconda guerra mondiale e dalla tragedia dell’’Olocausto (ma si divideva in due blocchi contrapposti), in Sudafrica vinceva le elezioni il National Party di Daniel Malan, e l’idea di segregazione razziale già presente prima della guerra e che aveva trovato nuova linfa nelle idee naziste veniva trasformata in un sistema legislativo compiuto.
La popolazione non bianca (neri per la maggior parte, ma anche meticci e asiatici), che costituiva l’80% dei sudafricani, veniva per legge privata dei diritti più elementari e isolata, separata dal 20% dei bianchi che detenevano il potere politico ed economico.
Il complesso normativo sudafricano registrava i cittadini in base alle caratteristiche etniche, proibiva i matrimoni e i rapporti interrazziali, discriminava i neri nella scuola e nel lavoro, perfino vietava alle persone di colore l’uso delle stesse strutture pubbliche dei bianchi. Non bere alla stessa fontana, cambiare marciapiede, non potersi sedere nella stessa sala d’attesa, dare la precedenza ai bianchi nei negozi: questo era l’apartheid. I neri vennero privati della cittadinanza e poi ghettizzati: quasi 4 milioni negli anni 60 furono sfrattati e spostati nelle cosiddette homeland del sud, una vera e propria deportazione di massa.
Il regime entrò progressivamente in crisi negli anni 80, per le pressioni internazionali sempre più insistenti e per le rivolte della popolazione nera (tristemente famosa quella di Soweto del 1976, repressa nel sangue). Simbolo della lotta divenne Nelson Mandela, leader del movimento anti-apartheid e per questo imprigionato per ben 27 anni, ma eroi che hanno pagato con la vita, il carcere o l’esilio la loro resistenza sono anche Stephen Biko, ucciso in prigione a soli trentuno anni, l’arcivescovo Desmond Tutu, la cantante Miriam Makeba, e migliaia di altre persone senza volto e senza nome.
Nel 1990 il nuovo presidente De Klerk (in seguito insignito del Nobel per la pace insieme a Mandela) avviò una serie di riforme per superare democraticamente la politica segregazionista, e il 10 febbraio Mandela fu liberato.
Le prime elezioni multirazziali in Sudafrica si sono tenute nel 1994: l’African National Congress trionfò e Madiba, Dono di Dio (il nome con cui i suoi concittadini chiamano Mandela) divenne presidente del Sudafrica. La transizione verso la democrazia, grazie a questo grande uomo, è avvenuta nel nome della riconciliazione nazionale, senza però dimenticare gli anni bui dell’apartheid.

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